Addicted to the body music: la nuova generazione di Ibiza.

Un mese fa prenotavo un aereo per Ibiza spinta dalla mia voglia di viaggiare, conoscere nuovi luoghi e anche da una delusione d’amore che, ammettiamolo, è sempre una buona scusa per regalarsi un piccolo viaggio.
E così, per una serie di coincidenze, ieri ho avuto il piacere di condurre un workshop di Body Music insieme al mio amico Louky, originario dell’isola e grande amante di questo tipo di musica.
Io e Louky ci siamo conosciuti a Parigi, durante l’International Body Music Festival. Alloggiavamo nello stesso ostello e durante una delle ultime colazioni abbiamo scoperto che ci saremmo incontrati nuovamente in Brasile, al Ritiro di Musica Circolare. Così la nostra comune passione ci ha riuniti anche ieri, in questa fantastica isola del Mediterraneo.

Ecco cosa mi porto in valigia dopo due giorni (purtroppo solo due) passati insieme alla nuova generazione di ibizenqui, ragazzi tra i 20 e i 27 anni figli di quegli europei amanti della musica e dell’arte che tra gli anni ’70 e ’80 scelsero quest’isola per vivere una vita fuori dal normale.

1. I NOMI
Se sei figlio di un inglese, di un tedesco o di un belga che vent’anni fa ha scelto Ibiza per amore della natura e della musica (o della festa!) sicuramente non puoi chiamarti Maria o Juan ma avrai un nome artistico, inventato dai tuoi o proveniente da qualche comunità di hippies. E io che pensavo di sfoggiare la mia conoscenza dello spagnolo!
La prima attività del workshop di ieri, cioè un gioco ritmico basato sui nomi dei partecipanti, si è trasformato in qualcosa di imbarazzante: non riuscivo a capire nemmeno uno dei nomi e a ripeterlo per inserirlo nel ritmo dell’esercizio!
Bogo, Valeska, Dihue, Yoshua, Djamila, Mïa… niente, non ne ho beccato nemmeno uno al primo colpo.
Per fortuna ci abbiamo riso tutti sopra anche perché pure il mio creava a loro qualche difficoltà. Tiziana è un nome sconosciuto all’estero (in inglese è davvero un problema) e mi sto abituando ad essere chiamata in modi diversi. Apprezzo quando qualcuno cerca di ripeterlo in modo corretto (io cerco di fare lo stesso quando incontro uno straniero) ma mi diverte molto di più avere una versione del mio nome in brasiliano, spagnolo, francese…

2. VIAGGIATORI APPASSIONATI
La pausa del workshop di ieri è stata una delle cose più interessanti di questo viaggio. Ho scoperto che praticamente ogni partecipante del corso era in possesso del doppio passaporto, sempre perché figlio di chi scelse l’isola quarant’anni fa.
Nati e cresciuti qui, i ragazzi che ho conosciuto ieri sono abituati a prendere un aereo per uscire dall’isola e vivere un’esperienza di studio o lavoro. Molti di loro hanno parte della famiglia in un altro Stato e quindi vivono in modo naturale il viaggiare per mesi in altri Paesi o Continenti.
Tutti parlano bene l’inglese, molti sono bilingue e la maggior parte ha vissuto all’estero per qualche anno: ho sentito un fantastico racconto sulla Nuova Zelanda e condiviso la mia esperienza londinese con alcuni che come me hanno trascorso un po’ di tempo nella metropoli inglese. Un gruppo di giovani senza paura di allontanarsi da casa e attraversare i confini per seguire le proprie passioni, aiutati anche dai social network e Internet.

3. BASTA TECNO
“Vedrai che i miei amici avranno un buon senso del ritmo” mi dice Louky prima del workshop, “Siamo cresciuti tutti con la house music e la tecno come sottofondo musicale quotidiano”.
Certo, questa è la Ibiza che i ragazzi hanno ereditato. Quella che in principio era stata scelta come isola che non c’è da buona parte degli hippies europei di quarant’anni fa si è poi trasformata in una enorme psychedelic trance/tecno pista da ballo, dove droga e alcool vanno in giro a braccetto a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Ma i ragazzi che ho incontrato non conoscono solo quel “mood” ibizenco, hanno anche un passato nella musica classica, nel funkie, nella danza, nello studio del canto e del flamenco. Soprattutto hanno voglia di sperimentare e di integrare i diversi linguaggi e le differenti tipologie di musica.
Ieri ho potuto notarlo durante il mio workshop: le loro improvvisazioni musicali erano un mix di drum ‘n bass, palmas y tacones dell’Andalusia e suadenti melodie perfette per la puesta del sol.  Ovviamente questa nuova generazione di ibizenqui vive anche del tipico turismo estivo di Ibiza, facendo i DJ in discoteca, lavorando per immobiliari o compagnie di noleggio di lussuosissimi yachts, aspettando però l’inverno per riappropriarsi della propria isola e piano piano riconferirle un gusto più autentico.

Ho sentito questi giovani cercare fortemente una loro identità e avere il desiderio di far conoscere a noi della “terraferma” anche l’altra faccia dell’isola, quella più reale.
Costantemente divisi tra la stagione estiva e la vita invernale, tra lo stare insieme e l’essere isolati, tra l’essere invasi e abbandonati, hanno voglia di continuare ad esserci anche da novembre ad aprile, di ritrovarsi, di sentirsi sempre parte di una comunità viva.
Per il mio amico Lucky la Body Music è una delle possibili soluzioni e io sono pienamente d’accordo con lui. Attraverso la forza della musica corporea in cerchio, al ritmo, al canto improvvisato e all’energia che si crea in quei momenti ritroviamo il contatto con noi stessi e con gli altri, ci dimentichiamo di tutto quello che non è fisicamente presente, ci riconnettiamo con il nostro essere nel qui ed ora.
Addicted, yes… but to the body music!

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