Una comunità a forma di cerchio: “Fly me to the moon”

Oggi, per la prima volta, la figlia di Jenna si è unita all’incontro settimanale di musicoterapia neuroreabilitativa, a Golders Green.

Jenna è una donna sulla settantina, reduce da un grave ictus. Di solito è accompagnata agli incontri solo dal suo tenerissimo marito che canta con e per lei tenendole la mano, cercando con ogni nota che intona di ritrovare lo sguardo e la personalità della moglie, ormai purtroppo lontani. Quando la figlia ha deciso di venire alla sessione di oggi non credo che immaginasse che sarebbe scoppiata a piangere cantando “Fly me to the moon”. Non so cosa sia successo dentro di lei, cosa questa canzone abbia mosso, quali ricordi siano affiorati, ma conosco il potere della musica e per fortuna durante la mia formazione in musicoterapia sono stata preparata ad affrontare questo tipo di situazioni, altrimenti con la facilità di commuovermi che mi contraddistingue avrei sicuramente pianto con lei. La musica stamattina ha coinvolto più la figlia che la madre, o almeno questo è quello che ho visto io. Il cerchio di sedie sulle quali eravamo seduti è stato un buon contenitore emotivo, in grado di aiutare tutti a superare quel momento di commozione e farci intonare un’altra canzone. Oggi come musicoterapeuta mi sento abbastanza forte per poter accogliere il dolore altrui senza farlo diventare mio, ma ovviamente la cosa non può e non deve lasciarmi indifferente, altrimenti credo sarebbe meglio che cambiassi lavoro.

Una cosa che però non sono ancora in grado di controllare è il flusso di pensieri che si sviluppa in me a posteriori: come cambiano le persone che incontro, così cambio anche io e di conseguenza cambia il valore di ciò che accade durante le sedute di musicoterapia e la sua risonanza dentro di me. Nella Tiziana di oggi, questo pianto, in questo contesto, muove determinate sensazioni. Sensazioni che probabilmente tra qualche anno, quando anche i miei genitori avranno settant’anni, saranno differenti. Uscita dall’incontro non ho potuto non ripensare alle lacrime di questa donna che, a quasi cinquant’anni, è ancora così tanto figlia e sente la mancanza di sua madre. Il pensiero successivo ovviamente è stato per mia madre, mio padre e la mia famiglia, fisicamente lontana da me. Il flusso di pensieri mi ha poi riportata a quelle domeniche di inverno della mia infanzia passate a casa dei miei bisnonni. Durante quei pomeriggi sentivo cantare mia nonna per suo padre e sua madre. Cantava per farli ridere, per sentirli più vicini, per alleviare il loro dolore fisico e le angosce della vecchiaia. Mia nonna è stata un’inconsapevole musicoterapeuta a modo suo e con quel canto mi ha insegnato il valore dell’amore per i propri genitori e il rispetto per una condizione difficile come quella dell’anziano.

Allo stesso modo, passando da un pensiero all’altro, mi sono ritrovata a sognare una comunità dove nonni, figli e nipoti possano stare insieme di nuovo, condividendo esperienze e scoperte, per far sentire agli anziani che il mondo va avanti anche grazie al loro contributo e insegnare ai bambini a non avere paura del futuro. Questa comunità è esistita: era la nostra società fino a 70 anni fa, per lo meno nel mio buon vecchio Friuli.

E ora io sogno un nuovo “cerchio” per condividere, ascoltarsi e comprendersi. Se quello vecchio non può più funzionare è ora di costruirne un altro. Credo davvero questo possa fare la differenza in un momento di confusione generale, dove come trentenne sento la necessità e la responsabilità di ripensare al concetto di famiglia, di coppia e di relazione, per lo meno nella mia vita. Usiamo anche la musica per creare questo nuovo “cerchio” e cerchiamo un nuovo significato per la parola comunità, un significato che possiamo sentire figlio dei nostri tempi. Secondo me sarà anche molto divertente.

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